Chi compra un telefono raramente si chiede in quale Paese sia stato montato. Eppure l’indiscrezione uscita a metà agosto 2026 su dove verranno assemblati i prossimi Google Pixel dice qualcosa sul prezzo che quei telefoni potrebbero avere fra un paio d’anni. Il piano, attribuito a Google dall’agenzia giapponese Nikkei Asia, è semplice da riassumere: entro il 2027 nessun dispositivo Pixel dovrebbe più uscire da una fabbrica cinese.
La risposta alla domanda pratica, però, va data subito: oggi non cambia nulla per chi compra. Nessuna delle testate che hanno ripreso l’indiscrezione riporta indicazioni su listini, tempi di consegna o modelli che sarebbero coinvolti per primi. Si tratta di un piano industriale comunicato ai fornitori, non di un annuncio ufficiale al pubblico.
Non solo telefoni: anche orologi e auricolari
Nel perimetro del trasferimento non ci sarebbero soltanto i telefoni: dentro finiscono anche gli orologi da polso e le cuffie senza fili firmate Google, cioè tutto l’hardware del marchio. Le nuove basi produttive indicate sono due, Vietnam e India. Secondo XiaomiToday, ai fornitori sarebbe stato chiesto di prepararsi a un passaggio completo entro il 2027, senza però dettagli operativi: niente tappe intermedie, niente volumi.
C’è un elemento che rende il 2027 meno lontano di quanto sembri. I Pixel 11 – presentati a New York pochi giorni prima che l’indiscrezione circolasse, insieme al Pixel Watch 5 – sarebbero già stati sviluppati e assemblati interamente in Vietnam. Lo scrive GizChina, che parla di capitali investiti in macchinari di precisione e in strumenti di collaudo per costruire i telefoni da zero. Detto altrimenti: la parte difficile sarebbe già fatta, e il 2027 servirebbe a completare il trasloco con i prodotti più semplici da montare, come gli auricolari.
Perché per Google è più facile che per Apple
Il paragone con Cupertino torna in due delle tre ricostruzioni, e la ragione è che le due aziende partono da posizioni molto diverse. Google non vende ufficialmente i suoi telefoni in Cina, e il suo bacino di utenti resta piccolo rispetto ai marchi di testa del settore: due condizioni che, spiega TuttoAndroid citando Nikkei Asia, rendono il distacco molto meno rischioso.
C’è poi una scorciatoia logistica. In Vietnam esiste già una filiera di fornitori per smartphone costruita negli anni da Samsung: Google non deve inventarsela, può appoggiarsi a un tessuto industriale collaudato. Chi segue la gamma sa che i telefoni Pixel montano un chip disegnato in casa, il Tensor di ultima generazione, e proprio il controllo diretto sui componenti chiave rende meno complicato scegliere dove fare l’assemblaggio finale.
Un milione di Pixel in più da vendere, e il conto delle memorie
Il trasloco si incrocia con un obiettivo commerciale. Ai partner Google avrebbe indicato la volontà di aumentare le spedizioni di Pixel nel 2026 di una quota fra l’8% e il 10%, partendo dai 12 milioni di unità del 2025. Sono percentuali che al lettore dicono poco: tradotte in telefoni, valgono fra i 12,9 e i 13,2 milioni di pezzi, cioè circa un milione in più rispetto all’anno precedente. Un incremento reale, ma su una scala che resta lontanissima da quella dei grandi produttori – ed è esattamente il motivo per cui, come si è visto sopra, spostare le fabbriche costa a Google molto meno che ad altri.
Il senso di quella crescita, secondo GizChina, è portare più persone possibile dentro l’ecosistema di Gemini, l’assistente basato sull’intelligenza artificiale che Google spinge sui propri telefoni. Ogni Pixel venduto è un utente in più per quei servizi.
Sul fronte dei costi c’è un dettaglio che raramente finisce nelle notizie di prodotto. I prezzi delle memorie – i chip che immagazzinano dati e fanno girare le applicazioni – sono in aumento a livello internazionale. Per attutire il colpo Google metterebbe insieme gli ordini destinati agli smartphone con quelli, ben più grandi, della sua divisione cloud, cioè i data center che fanno funzionare i servizi online. Comprando in blocco si spunta un prezzo migliore.
Il contesto: dazi e tensioni fra Washington e Pechino
Nessuna delle fonti attribuisce a Google una motivazione politica esplicita, ma il quadro in cui la decisione matura è dichiarato: XiaomiToday collega il piano alle tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina, che da tempo condizionano le scelte delle aziende tecnologiche su dove produrre e come muovere le merci. Una fabbrica in Vietnam o in India è meno esposta a un eventuale inasprimento fra le due capitali.
Quello che resta da verificare
Vale la pena tenere presente il perimetro dell’informazione. La fonte primaria è una sola, Nikkei Asia, e le testate italiane che ne hanno scritto la citano tutte; conferme ufficiali da parte di Google, al momento, non ce ne sono. Restano aperti diversi punti: con quale ordine i vari prodotti passeranno agli stabilimenti nuovi, come verranno divisi i ruoli fra Vietnam e India, e se il passaggio avrà effetti sui listini europei.
Il punto fermo, quello su cui le tre ricostruzioni concordano, è la data: 2027. Non domani, ma nemmeno un orizzonte vago. E se davvero i Pixel 11 sono già interamente vietnamiti, il telefono che qualcuno ha comprato quest’estate è già il primo capitolo di questa storia, non l’ultimo dei vecchi.


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